Dizionario Geografico Angius - Casalis

Per gentile concessione di

BALLAO

Villaggio della Sardegna, nella provincia d’Isili, distretto di Orroli, tappa (uffizio d’insinuazione) di Cagliari. Comprendevasi nell’antico dipartimento di Galilla, poi detto di Gerrèi del giudicato caralese.

È situato alla falda boreale d’un alto colle. Il suo orizzonte è da ogni parte ristretto, se non che estendesi per lo spazio di due miglia verso tramontana, secondo la qual linea è solcata la valle con poca inclinazione al greco.

Si ha per tradizione che questo popolo abbia avuto origine dall’antico ora deserto villaggio di Nuraji, che era fondato a non molta distanza. Consta di 110 case. Le strade sono tirate senza regola, nè si bada a mantenerle in buono stato e pulite.

Il clima è caldo ed umido, come porta la positura poco ben scelta. L’aria è insalubre, sebben meno che si potrebbe giudicare: con ciò sia che nè siano frequenti i pantani, nè presso all’abitato ristagnino le acque, nè manchi giornalmente la ventilazione dalla parte d’occidente, la quale spesso provasi forte, quando la linea del flusso sia nella direzione del solcamento della valle.

Regnano le nebbie principalmente nell’autunno, ed accade molto sovente, che non siano ben diradate prima che il sole tocchi il meridiano. I paesani le credono innocenti, nè le temono affatto. Esse sono senza dubbio causate dal fiume Dosa, che scorre a un quarto di miglio, come pure dallo Stanàli suo confluente. Può alle medesime contribuire alquanto da sua parte il ruscello, che ne viene dai monti di Pauli-Gerrei e Silìus, che nell’autunno suol rinnovare il corso per indi continuare sino all’ultimo inverno il suo tributo al fiume grande. La neve, avvegnachè nelle vicine eminenze si accumuli sino al coprire gli alberi più grossi, tuttavia nella valle non diviene spessa più di metr. 0,40, e meno ancora nel paese, ove tosto risolvesi. Il ghiaccio per le brine delle notti serene nuoce assai agli alberi fruttiferi ed ai seminati.

Un consiglio presieduto da un sindaco governa la pubblica economia. Una giunta regola le ripartizioni fra i poveri contadini del grano e del danaro del monte di soccorso.

Vi è stabilita l’istruzione per i giovinetti a leggere e scrivere, alle prime regole aritmetiche; in luogo però dei rudimenti dell’agronomia si danno quelli della lingua latina. Il numero degli accorrenti è di 15.

Si fabbricano in questo paese mattoni, tegoli, e se ne vende ai vicini paesi. La manifattura del panno forese e del lino impiega 190 telai. Non si fa però più di quello sia necessario al bisogno delle famiglie.

Il contingente per il battaglione di Trejenta dei corpi miliziani barracellari è di 31 individui. È affidata ad una porzione di questi l’incumbenza degli antichi barracelli per l’assicurazione delle proprietà.

La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione di santa Maria Maddalena penitente. La governa un parroco per lo più senza assistenza d’altro sacerdote. Comprendesi questa parrocchia nel vescovado doliense, e quindi nella giurisdizione dell’arcivescovo di Cagliari.

È rimarchevole l’altar maggiore di marmi fini e ben lavorati, e la torre delle campane. Non si scarseggia di argenterie, di sacri arredi, e di fornimenti sacerdotali. Vi è instituita una confraternita per la divozione del Rosario della SS. Vergine.

Le quattro chiese figliali sono nella campagna, e sono intitolate da s. Maria de Nuraji, posta oltre le làcane (confini) nel territorio di Silìus, ma da tempo immemorabile padroneggiata dai ballaesi, da s. Rocco, da s. Pietro apostolo, e da s. Elena, nelle quali annualmente festeggiasi con grandissimo concorso dai limitrofi paesi. La loro distanza dal comune è di circa mezz’ora poco più o meno.

Per la titolare e per s. Roco corresi il pallio, ed hanno luogo le solite allegrezze dei contadini e pastori sardi, il ballo, e il canto. Come in queste, così nelle altre solennità, onorate da molta frequenza, è costume che si distribuisca alcune vacche mannalìte (domestiche), o rudi, ovvero seddalìte (giovenche d’un anno poco più o meno), a misura delle oblazioni del popolo, ed una certa quantità di pane agli ospiti; i quali oltre ciò sono trattenuti per tre giorni in continua festa: e quando poi si accomiatano, tolgonsi in dono del pane e della carne.

La festività di s. Maria de Nuraji ha qualche cosa di singolare che merita rimarcarsi. Al primo sole del lunedì dopo la Pasqua di Risurrezione, giorno destinato a queste celebrità, levasi dalla parrocchiale, e nel solito modo ed ordine delle religiose supplicazioni, fra il devoto cantico delle preghiere del rosario, e i frequenti spari d’allegrezza conducesi il veneratissimo simulacro della Vergine alla sua antica sede. Ivi assiste tutta la moltitudine alla messa solenne, dopo la quale attendesi ai balli ed ai conviti, che è una bellissima cosa a vedersi. Errerebbe il tuo sguardo da una in altra parte, ora su d’una folla che corona una turba di giovani menanti in danza le modestissime forosette ornate di tutta la più pregevole loro ricchezza all’armonia deis launeddas; or sur un crocchio che ascolta il cantare di quei che riputati più sono per la voce, o su li due toccantisi circoli dei favoreggiatori di due improvvisatori che intorno ad un dato punto tessono in contrario senso delle ottave, o terzine con l’armonioso accompagnamento delle altre tre voci, ed in diverso tuono dei canti meditati. Quinci ti apparirebbe sotto un albero una famiglia, intorno ad una tovagliuola bianchissima stesa sull’erbetta, altri assisi obliquamente, altri sdrajati, le donne sedute sulle gambe incrocicchiate mangiano di ciò che portarono dalle lor case nei cestini; quindi in mezzo a rare macchie di lentisco fumano le brage sotto le carni infilzate in lungo verdeggiante virgulto, intente le donne a varie faccende. Qua si ride a piacevoli racconti; là si vede un momentaneo risentimento, o si tace e si riposa. Si cangiano i presenti, e si offrono le più svariate scene. Presso alle porte della chiesa stanno disposti molti banchi di dolcerie, liquori e commestibili. Dentro è da ammirare diverso genere di cose. Ivi gli obbligati a voto, molte donne e pochi uomini, composti religiosamente se ne restano a pregare nel digiuno, quasi tutti a piedi nudi in vesti ordinarie e a crin disciolto, o genuflessi, o seduti sulle gambe incrocicchiate con in mano i voti da appendere e i doni da offerire. Sul vespro si dispone tutto al ritorno, e cantatosi prima intorno al cimitero il salmo De profundis con le assoluzioni e preci annesse in suffragio, come dicono i ballaesi, dei loro maggiori ivi sepolti, si procede con lo stesso ordine della mattina al paese, e vi si restituisce la sacra effigie.

Maravigliosa è la religione dei ballaesi verso la medesima, ed è tradizione, che la Beata Vergine desse non dubbio segno del suo gradimento quando i silìesi armati l’ardiron togliere da mano a questi inermi. Però che non avendo potuto portarla a malgrado degli sforzi fatti per muoverla, atterriti dal prodigio, pentiti la dovettero rendere.

La popolazione di Ballào nel 1805 computossi di anime 812, nel 1826 di 718, e nel 1833 di 785 distribuite in 205 famiglie.

Contraggonsi per l’ordinario nell’anno 6 matrimoni, nascono 25, muojono16.

Le malattie, in cui si succumbe, sono per lo spesso febbri perniciose, e pleurisie.

Vestono questi paesani il collettu, che va un po’ sotto il ginocchio, e sa-besta-e-pedde (mastruca), sopravvesta senza maniche di pelli d’agnello corta alle reni. Nel resto nessuna diversità dagli altri contadini.

Le donne attempate vestono gonnelle di forese rosso, ed un grembiulo (barras detto da loro), un bustino di stoffa, una cuffia nera di filo, e sopra un gran fazzoletto, e su questo un manto simile nella forma al grembiulo, di panno verde, o di forese rosso. Le giovinette usano l’indiana, il calancà, i bordati per le gonnelle, le tele più fine o le indiane per i grembiuli, i broccati in seta e in oro per i bustini, i scialli di più vivaci colori per i veli.

L’estensione del ballaese, la cui lunghezza percorresi a cavallo in 4 ore, la latitudine in 2, può calcolarsi di circa 30 miglia quadrate.

Grande è la fertilità di questa terra in ogni genere di cereali, e saria ancora più se maggiore fosse la diligenza nei lavori.

La dotazione del monte di soccorso era fissata in grano a star. 700 (litr. 34,440); in danaro a lire sarde 809.10 (lire nuove 1554.18). Nello stato dell’anno 1833 comparve il fondo granatico ridotto a star. 500; il nummario a lire sarde 203.13.9. La somma delle semenze non avanza in grano i 700, in orzo i 500, in fave i 300, in civaje i 50, in lino i 100 starelli. La fruttificazione ordinaria e comune del grano è al settuplo, dell’orzo all’ottuplo, degli altri generi poco meno.

A due ore di distanza dal paese verso greco, e sulla strada a Foghèsu al di là dello Stanàli trovasi una vastissima pianura attissima a tutti i cereali, ed all’erbe e piante ortensi. Poco però se ne giovano questi paesani, sì perchè assai lontana, e sì principalmente perchè le poche loro opere vengono devastate dai pastori ogliastrani, che vogliono per i loro armenti gli altrui terreni. Ottima impresa sarebbe se si reprimesse la loro barbara baldanza, ed in questi fertilissimi campi si collocasse una piccola colonia.

Le pendici del colle, al cui piè giace il paese, veggonsi nell’estate ed autunno verdeggiare dei pampini delle molte vigne ivi formate. Frondeggiano lungo i viali delle medesime mandorle, fichi, ciliegi, pomi e peri di molte varietà, de’ cui frutti è grandissima copia. Come per le dette piante fruttifere, ed altre, così per le viti fu bene scelta questa terra, delle quali se poche sono in numero le varietà, sono però le solite a dare miglior mosto.

La quantità della raccolta che va oltre le 50,000 pinte o litri di vin nero, consente se ne faccia parte ad altri, e principalmente a Paùli-Gerrèi. I vini bianchi non sono da calcolarsi nè per bontà, nè per quantità. Forse non è minore il lucro che ritraesi dalla vendita delle mandorle.

Le tanche occupano la quarta parte dei terreni coltivabili, e servono alternativamente al seminario ed al pascolo.

Sono al di là dello Stanàli tra greco e levante tre piccoli ghiandiferi di lecci, che sommeranno a circa 40,000 individui, nei quali può ogni vassallo introdurre li suoi porci senz’alcuna corrisponsione al feudatario. Non così però nel ghiandifero di Murdèga, che alla parte d’oriente estendesi da tramontana ad ostro, dove anche i ballaesi non possono introdurvisi tanto per la ghianda, che per l’erbaggio senza contrattar sull’affitto; però che questa non è montagna propria del Gerrèi, o dipartimento Galilla, ma appartiene al salto di Quirra, ed è posseduta dai Zatrillas, signori di questa marca, per donazione dei Carròz. Era anticamente proibito anche ai cacciatori di perseguitar le fiere in questa selva, dove i baroni solevano andare tutti gli anni nella primavera seguiti da tutti i cacciatori del dipartimento, numero che spesso di molto superava il centinajo. In due o tre giorni non si uccidevano meno di 60 fiere tra cervi, cinghiali e mufloni, delle quali specie è più abbondante quel bosco. Alla caccia succedeva la pesca nelle acque vicine, dalle quali prendevasi non piccola quantità di trote.

Oltre degli alberi ghiandiferi, tra i quali sono frammiste le quercie in piccol numero, le piante che trovan più moltiplicate sono il lilatro, l’erica, il cistio, il corbezzolo, l’olivastro, ed il lentisco, da cui si ricava gran quantità d’olio, che si estrae per la Trejenta con un lucro in anni ubertosi di circa lire nuove 3000, oltre la provvista del paese, vendendosi quest’olio ordinariamente a lire nuove 1.92 la quartana (litr. 4,20). Il ginepro abbonda nella selva di Murdèga; ma son pochi che raccolgano le sue bacche pel commercio.

Sebbene il bestiame sia in poca quantità, non numerandosi al presente più di trecento capi vaccini, cento cavalle rudi, millecinquecento capre, millequattrocento pecore, e ducentocinquanta porci, non pertanto il frutto è considerevole, sì perchè il salto è abbondantissimo di erbe anche nell’inverno, e vi sono monti con molto pascolo per l’estate ed autunno; sì perchè hannosi molte acque in istagioni ancora secche: onde che cento pecore in Ballào fruttano quanto ducento in altri paesi del dipartimento; e ragione di ciò sia, che in Ballào si mungono le pecore e capre sin dal novembre, mentre negli altri luoghi ritardasi talvolta sino al marzo. Quindi si hanno formaggi oltre il consumo, e vendonsi ancora molti capi vivi commerciando direttamente nel Sarràbus, donde questo villaggio non è distante più di quattro ore e mezzo. Il prodotto dei formaggi sarebbe anche maggiore se si mungessero le vacche.

A distanza d’un miglio dal colle Acùi, che sta alla sponda sinistra del Dosa a maestro-tramontana del paese, trovasi un minerale di antimonio. Non manca in vari siti la terra gialla; vi ha del marmo azzurro sbiadato, e delle buone argille per mattoni, tevoli, e stoviglie grossolane, che si lavorano da pochi di questi paesani per provvederne anche ad altri villaggi. Le fonti sono frequentissime in questo territorio: quelle della regione di Monti son finissime; però presso all’abitato son tali, che non se ne può bere, quando non siano feltrate: quindi servonsi tutti delle acque che scaturiscono da una fonte perenne a libeccio, e in distanza d’un miglio (sa funtàna dessu cannòni).

Bagnasi questo territorio dal Dosa e dai suoi confluenti, lo Stanàli, Santangela, lo Spigolo. Lo Stanàli, che si unisce alla sponda sinistra, sorge nel territorio di Ulàssai in poca distanza dalla parrocchiale; indi move ai salti d’Ussàssai, dai quali passa in quei di Foghèsu in molta distanza dal villaggio; onde, percorse le terre di Scalaplanu, entra in queste di Ballào, e si versa nel canale del Dosa a scirocco del paese.

Gli altri due confluenti entrano nel medesimo dalla sponda dritta. Il Santangela sorge dalle falde del Montiji, percorre il territorio di Paùli-Gerrèi in direzione da libeccio a greco, riceve il rivolo dei monti di Silìus là dove sono fissati i limiti di queste tre contigue popolazioni, ed entra nel Dosa nel sito dove si suole costruire il ponte, per cui passare al di là del Dosa, sì per coltivare, che per andare al bosco, o a Foghèsu. Il ponte, tanto su questo fiume, come sullo Stanàli, formasi di tavoloni e travi posate sopra pietre ammucchiate e contenute con una palafitta ben intrecciata con frasche. È facile il pensare come nella pienezza delle acque sarà portato via, ed allora si sostituisce una barchetta, per cui ogni famiglia deve pagare annualmente un quarto di grano (litr. 12,30), ed i passeggieri soldi 5 (lire nuove 0.45) se a cavallo, o soldi 1 se a piedi.

Lo Spigolo nasce al mezzodì di Paùli dal monte di Spinniadorju, percorre i salti di levante dello stesso paese, e se gli avvicina d’un mezzo miglio, indi volgendo all’oriente passa tra Ballào ed Armungia, e si perde nel Dosa.

In queste acque e in quelle dello Stanàli vivono cinque sorta di pesci: il muggine (sa lissa), l’anguilla, il detto volgarmente grongu, le saboghe, le trote.

Il muggine è molto copioso, grasso e saporito, ma per cagione dell’imperizia non se ne raccoglie d’ordinario che poca quantità.

Le anguille sono di due varietà, l’anguilla vera, o d’erba che dicesi, della quale si provvede anche ad altri paesi, e l’anguilla di mola, o come altrimenti chiamasi filatrota, che prendesi d’autunno con le nasse, quando dopo ricevuti i torrenti le acque s’ingrossano, e s’intorbidano. È una pesca abbondante se non sia troppo grande la piena, e se ne vende agli altri dipartimenti. Sono ordinarie le anguille di peso maggiore di libbre sarde 10 (chil. 4) e alcune superano le libbre 15.

Il grongu pregiasi poco perchè quasi sempre insipido.

La pesca delle saboghe è nel marzo ed aprile; dopo questa stagione dimagriscono, e non sanno bene al palato.

Le trote sono di un sapore delicato, e meritano essere preferite in concorrenza con altre prese da altre acque. Per le molte e forti inondazioni è scemata la loro copia.

Accade più volte nell’anno dopo grosse pioggie cadute nel suo bacino che il Dosa ribocchi, e cagioni danni gravissimi.

Non mancano nell’estensione del ballaese quei monumenti antichissimi, che appellati sono norachi, ed intorno al paese a varie distanze se ne numerano più di 10.

Oltre i vestigi poi del paese di Nuraji che abbiamo già accennati, fondamenta, pietre lavorate, casse nel vivo sasso per sepolture, in alcune delle quali vi si trovarono delle ossa, si ravvisano gli avanzi ancora di altro villaggio. Era questo situato nella valle in non maggior distanza di mezz’ora dal presente abitato: diceasi Villa-Clara, e diede il suo nome al feudo sin dalla prima istituzione. Vi si vede una fonte perenne coperta con antico fabbricato, frantumi di vasi, pile di pietra, macine, e si trova gran quantità di monete romane.

I ballaesi sarebbero molto fortunati, e la loro agricoltura prenderebbe un grande incremento, se si stabilissero sul Dosa e sullo Stanàli dei solidi ponti. Nelle escrescenze dei medesimi sono questi contadini costretti a restarsi inoperosi qualche volta più di dieci giorni, mentre l’estensione territoriale è quasi tutta al di là dei medesimi. Si eviterebbero inoltre le frequenti disgrazie di molte famiglie per le persone che vi periscono, ed il commercio tra questo dipartimento, l’Ogliastra e il Sarràbus sarebbe sempre più spedito.

Comprendesi questo comune nel feudo di Gerrèi. Per le prestazioni feudali vedi Galilla.

La curia è stabilita in Paùli, ed è soggetta alla prefettura di Isili.

Data di ultima modifica: 24/03/2015


Visualizza in modalità Desktop